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Per
molti secoli e fino ad un passato non lontano, la
nostra cultura, peculiarmente artigiana, è stata riferimento
per l’Europa e per il mondo intero; tuttora essa è il nostro maggior
valore di mercato tanto che, dall’abbigliamento al gelato, il prodotto
italiano di artigianato motiva le grandi produzioni e sostiene la nostra
economia.
Ma
questo valore al quale non possiamo rinunciare non avendo certo la
possibilità di competere, sul piano del prezzo, in un mercato sempre più
globale, oggi non appartiene al nostro vino la cui immagine
d’artigianato è stata soffocata da condizioni di necessità, prima, e
da interessi di business, poi.
Per
definizione, cultura è l’insieme di conoscenze che danno luogo a
comportamenti che si tramandano e si ripetono nel tempo e che sono
pertanto di antica tradizione.
Tradizioni
diverse, luogo da luogo, perché in ogni luogo la natura è diversa e ad
essa l’uomo si adatta... e pertanto culture diverse nate però, tutte,
dalla necessità di conoscere la natura e le sue diverse influenze perché
solo in essa, da sempre, l’uomo trova le risorse necessarie alla
soluzione dei suoi problemi.
Proprio
questo fa sì che natura e cultura si identifichino nel territorio e che
nel territorio sia giusto identificare le produzioni più tradizionali
quali sono i vini: ma debbono essere ottenuti nel rispetto della natura e
della tradizionale cultura, indiscutibilmente contadina e artigiana, dalle
quali derivano, perché solo così possono esserne autentica espressione.
Non
rappresentano certo la natura e la tradizionale cultura di territorio, i
vini caratterizzati da tecnologie ripetibili da tutti e in ogni luogo
anche quando la loro qualità organolettica è elevata.
Al recupero di questa cultura contadina e
artigiana, da molti anni dedico il mio impegno di “enologo
fuori dal coro” e di “vinificatore
artigiano”, perché da questo dipende il futuro del vino
italiano e quello della viticoltura, inevitabilmente difficile e
complessa, da cui deriva.
Oggi,
attraverso i miei vini, rivendico e propongo l’immagine del “Vino
d’Artigianato” quale nuova e aperta sollecitazione per
indirizzi normativi finalizzati a sostenere il vino che la esprime.
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Un
vino non modificato nei suoi valori originari
e non
standardizzato da ripetibili tecnologie industriali capace
pertanto di esprimere
l’unicità ambientale e culturale del luogo dal quale proviene ed
essere così veramente "di
territorio”,
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un
vino di grande sanità alimentare, che regge gli anni e impreziosisce
nel tempo
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Un
vino, ancora
oggi come un tempo, "fatto
a mano"
dalla competenza dell’uomo più che dalla macchina, con
una enologia naturale e artigiana
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una
enologia, che non ricorre all’impiego di sostanze estranee al
patrimonio qualitativo
delle uve e che limita l’uso dell’anidride solforosa
perché capace di utilizzare le risorse naturali per dare al vino
la necessaria stabilità e la specifica caratterizzazione
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una
enologia che è garante della qualità perché
controlla, confeziona e consegna ogni bottiglia solo dopo una
lunga sosta in bottiglieria, sosta indispensabile per verificare
la buona chiusura del tappo, necessariamente in sughero intero, e
l’evoluzione della qualità;
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una
enologia come quella che ha fatto grandi i grandi vini già molto
prima dell’era industriale.
Gaspare
Buscemi
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